Un’isola. Un vulcano. Un vino.

siracusaIl mondo di oggi viaggia a velocità supersonica e noi ci sentiamo obbligati a corrergli dietro. E se ogni tanto provassimo a rallentare o addirittura a fermarci? Scopriremmo che, alcune persone, alcune cose e alcune parole meritano più tempo.

Pochi giorni al 69esimo compleanno del mio papà ed ero alla ricerca di un regalo diverso. Un regalo che lo emozionasse a livello mentale e sensoriale.
Un uomo nato nella Sicilia degli anni 40, undici fratelli e sorelle, un legame indelebile ed intoccabile con la sua famiglia e con la sua terra. Anche dopo quasi 60 anni in Piemonte, a Torino. Volevo riportarlo in quei luoghi a mille chilometri di distanza. Con i sensi. Con il cibo e con il vino. Il cioccolato di Modica, il pesto trapanese, la spuma della sua infanzia e qualche altra leccornia. Poi il vino. Un vino che racconta un territorio. Il suo territorio. Un vino dell’Etna. Vitigno nerello mascalese. I Vigneri. Un gruppo di piccoli produttori uniti dall’idea di recuperare il lavoro dei loro padri e dei loro nonni. Un enologo, Salvo Foti, che riscopre e valorizza un territorio unico, “quell’immenso mantello miracolosamente fertile che l’Etna ha steso tutto interno a se'”. Un uomo che, usando le sue stesse parole, cerca di essere un fedele servitore della natura. Di custodirne il tesoro. “I vigneti non sono miei, dopo di me non andranno semplicemente ai miei figli. I vigneti appartengono alla terra e ad essa torneranno. Non faccio che custodirli, di preservarli, conservarli intatti per quando arriverà il futuro.”

Lo abbiamo aperto, guardato, sentito e bevuto insieme.
Un rosso granato vivo con leggeri riflessi fuligginosi. La traccia indelebile del terreno lavico in cui nasce.
Al primo impatto sentori di cenere e di salsedine. Il suo vulcano ed il suo mare in lontananza.

Una leggera nota di naftalina e rivedo mia nonna, una donna del profondo sud dell’inizio del Novecento. Dura e forte, al comando di un’immensa famiglia sempre unita e raccolta di fronte ai suoi occhi. La rivedo con le sue mani sottili e rugose, con i suoi lunghissimi capelli bianchi nascosti in un semplice chignon e con il suo immancabile vestito nero, per decenni fedele compagno in ricordo dell’insostituibile amato.
Poi un guizzo terroso, la terra degli agrumeti. La terra umida del mattino, in campagna, quando si andava, all’alba, a mangiare la ricotta calda con il pane duro. Un rito antico. Profumi e sapori impressi per sempre nella mia memoria. E nel mio cuore.
Il nerello si apre e svela nuovi segreti. Mi apre le porte di Siracusa, “città fatta di sole, di aria, di mare e di Grecia Antica”. I profumi dei vicoli di Ortigia, la città vecchia. Spezie e pane, focacce e pecorino, salsiccia al finocchio e ricotte, granite di mandorle e caffè. Tutto magicamente amalgamato dalla salsedine. Un profumo complesso e netto. Indescrivibile e travolgente.
In bocca e’ poco tannico, morbido, amarognolo, con un ricordo leggero di paste di mandorle. Sul finale una sensazione terrosa che ti stringe forte, come le mani dei contadini siciliani, usurate dalla fatica e bruciate dal sole.

Un vino. Un vigneto. Un territorio. Un’intera regione in un bicchiere.

Noi lo abbiamo bevuto leggendo alcune pagine sulla Sicilia scritte da Mario Soldati nel suo libro Vino al Vino. Un viaggio in giro per l’Italia degli anni ’60, perché “bisogna andare dal vino senza aspettare che sia il vino a venire da noi”. Pagine che si chiudono con alcuni versi popolari che regalo al mio papà, alla mia famiglia, a Voi e alla Sicilia intera

 

Quanno l’Eterno Patri era cuntenti

e passiiava in cielo cun i Santi

a lu munno vossu farici un presenti

e di la cruna si scippo’ un brillanti:

lo poso’ in mari, in faccia a li currenti,

sciaddottao tutti e quattro li elementi:

Sicilia, la chiamarono li genti:

ma di l’Eterno Patri era u brillanti.