In viaggio tra passato e futuro

barolorinaldiTre amici, un tardo pomeriggio di luglio, centoventi minuti in giro per le Langhe, luoghi unici e mitici, castelli e tenute, colline e vigneti, paesi e uomini che sanno regalare emozioni, altrimenti inarrivabili, a chiunque decida di dedicare loro un frammento della propria vita.
La balconata di Diano d’Alba, una breve sosta al Castello di Grinzane Cavour, la passeggiata fino al Castello di Barolo, qualche chilometro in macchina verso Monforte per un paio di curve di vigneti, e, per finire, la strada verso La Morra, con arrivo sulla piazza del Belvedere che spazia sull’infinito e ti avvolge lasciandoti senza respiro.
Un paio d’ore con un occhio alle lancette ma liberi e senza vincoli, il correre e il fermarsi per non perdere nulla, una girandola di emozioni e la tranquillità di questi luoghi, tante sensazioni e stati d’animo, chiacchiere e risate, che ci hanno accompagnato fino al ristorante Bovio a La Morra: una terrazza sul mondo langarolo, il contrasto tra la tradizionalità del menù e l’internazionalità dei commensali, pronti ad un viaggio di gusto e di amicizia.
Dopo alcuni antipasti e i classici plin, accompagnati da bollicine e dal Roero Val dei Preti di Matteo Correggia, un capretto dell’Alta Langa arrostito al forno accompagnato da un Barolo Brunate Le Coste 2009 di Giuseppe Rinaldi, tradizione, classicità, storia ed essenza del mondo langarolo.

Giuseppe Rinaldi, ex veterinario, appassionato di lambrette (se avrete la fortuna di incontrarlo, per non farlo sbottare, non usate mai la parola “vespe”), oggi affiancato in cantina dalle due figlie, alla sesta generazione di vignaioli, nella storica azienda ai confini dell’abitato di Barolo.
Massimo sostenitore della tradizione e contro coloro che “piantano le vigne anche sotto il letto”, produce da sempre Barolo alla vecchia maniera, assemblando le uve di due vigneti differenti perché “la mescolanza è vincente” anche se, dal 2010, per motivi legislativi, ha dovuto rivedere alcune impostazioni.
Bottiglia sul tavolo e prime riflessioni. L’etichetta non dovrebbe influenzare il giudizio ma i Rinaldi utilizzano le stesse da almeno 90 anni, si possono vedere i suoi antenati camminare tra i filari coperti dalle nebbie autunnali, pigiare l’uva, attenderla e poi portare in tavola bottiglie datate 1921 esattamente identiche a quella presente oggi sul nostro tavolo. Un piccolo frammento, la forte emozione trascina indietro  nel tempo che muta di continuo ma è rimasto immobile, su quel pezzo di carta, dove è scritto, senza fronzoli, oggi come allora, “Giuseppe Rinaldi Barolo Tenute proprie”, essenziale, elegante ed austero.
E’ commovente vedere scorrere quel nettare, spaziando, al tramonto, con gli occhi al di là dei vetri per incontrare colline, dominate da castelli e cascine più o meno lontane, ricoperte da vigneti che sembrano non aver fine, quei vigneti che hanno generato e generano vino da centinaia di anni. Ogni bottiglia ha una sua storia, una storia scritta dal vigneto e dal produttore ma anche una storia scritta dai luoghi e dalle persone con cui viene bevuta e, soprattutto, dalle persone per come sono e per come, da quella bottiglia, verranno cambiate, per sempre.
Il capretto è un misto di sapidità e di dolcezza, le parti grasse accentuano la grande morbidezza della carne, si scioglie in bocca, lasciando un delicato e profumato velo di “acquolina” aromatizzata e lievemente grassa. Il colore granato, lucente ma austero, del Barolo gioca con un’ incredibile fluidità. Al naso una complessità di sensazioni supportate da una freschezza intrigante ed avvolgente. La memoria vaga alla ricerca di qualcosa di famigliare, ma rimane tramortita da un’infinità di sfaccettature differenti.

Poi, improvvisamente, mette tutto in ordine e mi presenta, in una frazione di secondo,  la mia infanzia passata con i nonni: la marmellata di ciliegie della crostata mangiata a merenda, i bastoncini di liquirizia masticati fino a disfarli completamente, la leggera punta alcolica della crema al mascarpone e cioccolato, preparato da mia nonna,  dove inzuppare biscotti ricchi di burro, il profumo dei boschi delle montagne, a pochi chilometri da Torino, dove passavo le mie vacanze estive ed infine, netto e chiaro, il profumo della legatoria dove mio nonno lavorava e mi faceva scorrazzare per interi pomeriggi, tra pile di cartoni e barattoli di colla.

Un attimo di malinconia e di commozione, per chi, incredibilmente importante per tanti anni, ora non è’ più al mio fianco, e poi la bellezza di un ricordo così forte di due persone che mi hanno amato e accompagnato per una parte della mia vita e la consapevolezza di portarli per sempre nel mio cuore.

Poi l’assaggio mi proietta in un’altra dimensione, siamo sulla terrazza di una cascina affacciata sui vigneti, i miei vigneti, un piccolo appezzamento da cui ricavo alcune bottiglie di Barbaresco.

Mia moglie ed i nostri tre piccoli cuccioli sono al tavolo con noi, stiamo ridendo, scherzando e parlando di vita con i miei amici. Mi alzo con il bicchiere tra le mani, mi avvicino alla vigna, cammino sulla dura terra di luglio, la mia famiglia, la mia casa, i miei amici e il mio vigneto, il sogno completo che si realizza semplicemente al tavolo di un ristorante di La Morra, con un pezzo di capretto e un bicchiere di Barolo sulla tavola: io la passione enogastronomica la vedo così.