Il vino custodito nelle anfore

IMG_5694Degustare un bicchiere di vino rappresenta un’esperienza sensoriale ed emotiva che deve generare piacere e portare in viaggio la nostra anima. Appoggiando la bottiglia prescelta sul tavolo, sfiorandola, stappandola, osservando e sentendo scorrere il liquido nel bicchiere entriamo a far parte di qualcosa di privilegiato, l’accesso ai segreti custoditi per decenni, le tecniche tramandate, le stagioni, le scelte, gli errori ed i successi: in quel momento siamo parte del mondo del produttore, del clima, della terra e della storia che hanno portato quel vino sulla nostra tavola.

Ogni bottiglia trasmette queste sensazioni, ma questa volta è diverso: una bottiglia di Josko Gravner divide ma unisce su un’unica certezza, la differenza. Avevo letto alcuni articoli e alcune interviste su questo produttore del Collio, avevo letto e riletto con attenzione il suo sito ed ero certo di essermi imbattuto in qualcosa da conoscere: fasi lunari, anfore di terracotta, racconti di vendemmie. Avevo la sensazione di trovarmi di fronte gli occhi di un contadino, vedevo i segni del sole e della fatica sul suo viso, sentivo le sue mani terrose, non so il motivo, ma lo immaginavo camminare tra le sue vigne di notte a sentire la terra e a studiare i venti e la luna: volevo conoscere lui ed i suoi vini.

Ho visto che era possibile acquistare on line e, condiviso l’ordine con l’amico Ezio, ho confermato la confezione da 6 bottiglie: 2 ribolle 2006, 2 breg anfora 2004, 2 breg anfora 2006; arrivate dopo pochi giorni, indeciso dall’emozione come da bambino di fronte ad un vassoio di pasticcini, ho scelto, dopo minuti di continui ripensamenti,  la Ribolla: il giorno successivo, sabato sera, avrei bevuto la Ribolla.

Non avevo la minima idea di cosa mi sarei trovato nel bicchiere quindi ho deciso di cucinare il piatto da abbinare sulla base della mia golosità e del mio desiderio del momento: lumache alla borgognona, con burro, aglio e prezzemolo, aromatiche, untuose, grasse.

Con la terrina appena messa in forno per i pochi minuti di cottura, ho aperto la bottiglia e ho versato, con curiosità e con po’ di soggezione, il vino nel bicchiere.

Il colore ambrato e lucente copriva una leggera velatura, avevo davanti la storia, mi sentivo stordito, la sola visione di quel nettare mi aveva proiettato tra i monti caucasici, sferzati dal vento, là dove tutto aveva avuto origine.

Ho avvicinato il bicchiere al naso e mi sono fermato: non sono particolarmente bravo a “sentire” il vino ma, in questo caso, tutto e’ stato subito immediatamente chiaro e definito: l’origano che mia nonna a Siracusa distribuiva sulla carne messa a macerare con olio e aceto, il profumo di fumo che si respirava a casa dei miei genitori il mattino dopo una serata con il camino acceso, le noci e le albicocche secche del pranzo di Natale.

In bocca e’ struggente, sembra volare via tanto e’ leggero, ma poi senti la freschezza, la salinità e una chiusura amarognola e mandorlata di incredibile persistenza.

Stordito vengo risvegliato dal suono del forno che dichiara pronte le lumache con, al seguito, il loro inconfondibile profumo di aglio.

Al primo boccone mi sono ritrovato in uno dei ristorantini del quartiere Suquet di Cannes, con una baguette affettata nel cestino e un bianco Cotes de provence nel bicchiere, con l’aria salmastra del porto che sale verso la collina e con la luce fioca dei lampioni che hanno solo i francesi.

Non so dirvi se il sorso di ribolla successivo fosse più o meno perfetto e si abbinasse con le lumache ma la sensazione di estasi e di benessere, di ricordi e di emozioni che avevo richiamato erano quanto di meglio potessi immaginare.

Il vino ed il cibo sono cultura e storia, momenti e istanti, godeteveli senza ignorarli e senza cercare obbligatoriamente l’accademia e la perfezione: quando un piatto o un vino soddisfano la vostra anima più che il vostro palato avrete aggiunto un tassello alla vostra storia.

Grazie Sig. Josko.