Una storia da portare nel cuore

matteo-correggia[1]Oggi, con queste righe, mantengo l’impegno preso qualche mese fa, nel mio primo blog, e Vi racconto la storia triste ed emozionante di uno tra i più illuminati produttori piemontesi che consente, ancora oggi, all’Azienda che porta il suo nome, di raccogliere successi e riconoscimenti nei cinque continenti, nonostante l’incredibile e drammatico colpo ricevuto dal destino la sera del 12 giugno di 13 anni fa.

Ricordo quel giorno in cui, dopo avere bevuto un suo vino e letto alcuni articoli, ho trovato, di seconda mano, il libro “Matteo Correggia-La cometa del Roero”, un libro che ho ripreso in mano decine di volte, anche solo per rileggere alcune pagine, perché, in quella storia, ho trovato la sofferenza ed il distacco, la forza e la solidarietà, ho trovato emozioni forti e dolci, ho trovato parole e gesti che mi hanno fatto piangere e mi hanno avvolto e trascinato in quel cortile, in quelle vigne e in quelle colline.

Matteo Correggia nasce a Canale nel 1962 e, dopo gli anni dell’adolescenza, inizia un percorso nell’azienda agricola di famiglia che lo porta, grazie al suo talento e alla sua forza di volontà, grazie ai primi viaggi all’estero con alcuni suoi colleghi vignaioli di Roero e di Langa e grazie all’incontro con il maestro de La Carmagnole, Renato Dominici, a costruire il suo sogno: portare il Nebbiolo del Roero nell’Olimpo dell’enologia mondiale.

Al Suo fianco, in questa avventura, la moglie Ornella, i due piccoli figli Giovanni e Brigitta, a cui dedicava tutto il tempo libero e tutto il Suo amore e, nell’ultima vendemmia, il giovane enologo Luca Rostagno, in azienda da poco per imparare e obbligato, ben presto, a crescere di tutta fretta. Una sera come tante, le ultime erbacce da pulire con il trattore prima della cena e dei giochi con i bimbi e il mondo si ferma: un frammento salta dalla trincia del trattore e lo colpisce alla testa, alcuni giorni dopo il Suo cuore smette di battere e lascia, soli, sua moglie, i suoi bambini, il suo assistente, le sue vigne, la sua cantina e tutti i suoi sogni.

La tragedia si trasforma e, prossimi alla vendemmia, i suoi amici colleghi organizzano un comitato per continuare il lavoro di Matteo al fianco di Ornella e di Luca: tutti dedicano una parte delle loro giornate all’Azienda Matteo Correggia per permettere, a questa giovane donna, di continuare l’opera del marito e portare sulle tavole di tutto il mondo i suoi vini. La solidarietà e l’amore hanno vinto: oggi, dopo 13 anni, la Matteo Correggia continua a volare alto, lo staff è cresciuto e Ornella, con Giovanni e Brigitta, realizza, tutti i giorni, il sogno di Matteo.

“Ci siamo conosciuti quando eravamo ancora sconosciuti. Abbiamo lavorato senza risparmiarci mai credendo nel nostro modo di essere e restare vignaioli veri. Mi manca Matteo, mi sarebbe piaciuto invecchiare con lui, vedere i nostri figli crescere e noi prendere la vita anche un po’ più con calma, ma senza perderne l’essenza”, queste le parole di Roberto Voerzio, un mito delle Langhe, ma, soprattutto, un amico vero di Matteo. Da padre sono emozioni forti ma sono anche uno stimolo a vivere la propria vita al fianco dei propri figli e della propria famiglia, a costruire rapporti solidi e sinceri di amicizia perché sono stati, sono e rimarranno questi i veri valori a fondamento della nostra vita. Per ricordarlo oggi, ho stappato una bottiglia del vino che, scoperto quasi per caso dal patron Dominici de La Carmagnole, probabilmente, ha acceso tutta questa incredibile storia: Anthos, un Brachetto vinificato secco, il cui nome, in greco, richiama i fiori e che ha sfidato, sulla tavola, anche gli “inabbinabili” carciofi.

Nel bicchiere colpisce per la lucentezza di un rubino che, raramente, si trova con questo spettro di colore, ti attira, ti obbliga ad avvicinarti, l’attrazione e’ talmente forte che diventa quasi impossibile non berlo tutto di un fiato. Resisto miracolosamente e inizio a sentire i primi profumi: sciroppo di ciliegia e di fragola, quello che compravano le nostre mamme, da diluire con l’acqua, quando al supermercato erano finite menta e orzata, poi la punta alcolica ti sposta verso la ciliegia sotto spirito e una lieve dolcezza verso il Mon Cheri, indimenticabile cioccolatino, che trovavo sempre, da piccolo, nelle piccole confezioni natalizie omaggio della vicina di casa. Voglio andare oltre, continuo a cercare e poco dopo trovo una nuova sensazione, lieve ma avvolgente, un misto tra legno dolce, un accenno di salsedine, forse crema solare, poi legno trattato, appena umido, sottobosco. La memoria mi porta al profumo che sentivo, in vacanza al mare, camminando tra le cabine in spiaggia in Liguria e il profumo più forte e pungente di una baita in montagna, dopo un grosso acquazzone. Sono lievi, appena accennate, ma fanno parte della complessità di questo vino, che normalmente viene vinificato dolce e che, qui, invece, secco, si scopre per tutte le sue potenzialità. All’assaggio si aggiungono nuove sensazioni ma, sorprendentemente, tutte collegate alle precedenti, in totale sintonia, sembra di masticare una gelatina di frutta, di bere una ciliegia e una fragola, tutto accompagnato e completato da una piacevole venatura alcolica e leggermente dolce. Un vino che si può bere con lo sguardo e con l’olfatto tanto e’ la coerenza con cui si rivela nel cammino dell’assaggio senza che alcuna delle sensazioni ti tradisca rispetto alle aspettative. Non ho conosciuto Matteo, ma sono convinto che sia stata una persona coerente che non tradiva, proprio come il suo Anthos che oggi ho sulla mia tavola.

Vi lascio con le parole del suo amico paterno, Renato Dominici, anche lui colpito duro dal destino per la prematura perdita del figlio Guido: “Spesso quando la gente mi avvicina e mi fa i complimenti penso a mio figlio Guido e a Matteo. Mi piacerebbe ancora averli vicini. Parlare di cavalli e di vino e ridere con loro. Sono certo però che quando li raggiungerò avranno i bicchieri pronti al Brindisi e sarà Anthos…altrimenti che Paradiso sarebbe.”